Autore: Diego Sarno

“La cura”: alla fabbrica delle E si parla di Hate Speech.

“La cura”: alla fabbrica delle E si parla di Hate Speech.

“I mali del nostro tempo e una cura”, è questo il titolo della convention organizzata da Acmos in occasione dei 20 anni dell’associazione.

Tema centrale della tre-giorni di lavoro è stato l’Hate Speech, ossia il discorso d’odio che permea profondamente la nostra vita online e offline: basta dare uno sguardo ai principali Social Network per accorgerci della barbarie e del degrado che ogni giorno milioni di utenti riversano, per i motivi più disparati, in questa “pubblica piazza”, seppur virtuale.
In apertura abbiamo utilizzato un collegamento Skype per ascoltare il contributo della già Presidentessa della Camera dei Deputati Laura Boldrini, che è stata vittima negli ultimi anni di un caso che è già diventato “da scuola”: la sistematica ed organizzata demolizione di un personaggio pubblico, in cui l’insulto politico e misogino si uniscono in un’escalation di intollerabile violenza. La sua reazione, prima politica e poi legale, ha aperto in Italia il dibattito su un tema che veniva troppo spesso sottovalutato e che oggi inizia ad occupare il giusto posto nel dibattito pubblico.

La mattinata di lavoro si apre dando subito, plasticamente, l’immagine di quali settori si intreccino e sostanzino questa materia: i relatori infatti sono Viviana Patti (professoressa di informatica presso l’Università degli studi di Torino), Maria Teresa Martinengo (Giornalista e Consigliera Ordine dei Giornalisti), Federico Faloppa (Linguista e professore all’Università di Reading) e Cathy La Torre (Avvocato e attivista per i diritti LGBTQ+). Gli ambiti da far collaborare infatti sono sicuramente la ricerca universitaria, l’attivismo sociale, i Media e la politica.
I temi trattati sono stati molteplici, utili per comprendere il mondo a cui ci stavamo approcciando. Temi che sono anche questioni aperte, a cui non necessariamente abbiamo già una risposta.
I risultati degli studi che si stanno svolgendo sui dati dei Social, sono influenzati dai nostri stereotipi? E’ necessario un aggiornamento della deontologia professionale dei giornalisti? Si può accettare l’odio come manifestazione umana, ma contrastarne le forme di manifestazione violente? Qual è la definizione unitaria di Hate Speech? Si può trovare una relazione tra Hate Speech e i cosiddetti crimini d’odio?

Queste sono alcune delle domande sorte durante il convegno, che poi durante il pomeriggio sono stati affrontati nei 4 tavoli rotondi tematici: Ricerca, Educazione, Attivismo e Politica.
Le risposte che questi tavoli hanno restituito la mattinata seguente sono varie e composite, di seguito ve ne riporto qualcuna:
• Dare una definizione precisa e univoca di Hate Speech è complesso ma improrogabile, bisogna farlo a livello europeo.
• Dev’essere fatto tutto il possibile per far comprendere agli utilizzatori dei nuovi Media che il mondo virtuale è reale, così come lo sono le conseguenze delle nostre azioni online. Manifestare il proprio pensiero sui social deve essere pari di quando si manifesti in piazza.
• E’ necessario strutturare un percorso di formazione e consapevolezza che coinvolga studenti, docenti, genitori e amministratori pubblici all’uso consapevole dei Social e all’attenzione per quelle che sono “le parole che feriscono”.
• Una contro-narrazione che eviti la normalizzazione della brutalità è necessaria da tutti gli attivisti della convivenza civile.
• Una legge nazionale sull’Hate Speech assume carattere di criticità per il bilanciamento dei principi costituzionalmente garantiti della Libertà di manifestazione del pensiero (Art. 21) e della non discriminazione (Art. 3), ma servirà per stimolare l’Unione Europea a legiferare in materia di Policy dei Social Network.

Da questa esperienza usciamo con una consapevolezza ed un impegno: la consapevolezza della necessità di continuare a fare rete tra professionisti, attivisti e amministratori per affrontare il tema in modo completo e integrato e l’impegno a tradurre tutto questo in cambiamento reale, a tutti i livelli, della nostra società a cui dobbiamo il nostro massimo sforzo per non abbandonarci all’odio che, come liquame, cola e si infiltra nelle nostre coscienze.

Quando il calcio dà il peggio di sé

Quando il calcio dà il peggio di sé

E’ lo sport più popolare al mondo, appassiona miliardi di persone, crea comunità e sa dare emozioni indescrivibili.
E’ il calcio: molti di noi hanno una partita in un angolo della mente che non dimenticheranno mai, per il brivido che il solo pensiero riporta a galla.
Lo sguardo di Fabio Grosso, l’inquadratura larga, “se lo segna siamo campioni del mondo”, Caressa che urla “Goooool”, Pirlo che corre con le braccia al cielo verso i compagni. Quanti di noi non dimenticheranno questi 2 minuti della finale del Mondiale di Germania del 2006, il “cielo azzurro sopra Berlino”.

Esiste però il lato oscuro, quello fatto da introiti per i diritti televisivi miliardari, gli scontri tra le tifoserie, gli illeciti di frange di tifoseria e, di recente, la spettacolarizzazione di azioni politiche dei giocatori.
E’ negli occhi di tutti l’immagine della nazionale turca che, mentre fuori dallo stadio bombardavano il Rojava, si schiera sotto la curva e fa il saluto militare. Che sia un’iniziativa dei calciatori o una direttiva dello Stato poco importa: si è spettacolarizzato davanti alla comunità globale un intervento militare, una guerra di aggressione nella quale centinaia di civili hanno già perso la vita. Quei professionisti del gioco del pallone sono modelli per centinaia di migliaia di bambini che, osservandoli, vogliono emularli in tutto e per tutto. L’immagine arriva forte e chiara a livello globale: Erdogan manda un messaggio chiaro alle Nazioni Unite strumentalizzando una piattaforma che dovrebbe essere indipendente e politically correct.

Altro caso degli ultimi giorni è quello capitato a Foggia, dove i calciatori a fine gara vanno sotto la curva per intonare un coro a favore “dei diffidati”, per riportarli allo stadio. I “diffidati” sono ultrà che sono stati colpiti da Daspo per fattispecie di reato varie, accomunati da un interesse dello Stato al tenerli lontani dalle manifestazioni sportive perché potenzialmente pericolosi.
Quale esempio diamo al bambino che, portato allo stadio, chiede al padre perché addirittura i campioni della propria squadra inneggino ad un’azione di guerra o a dei pregiudicati? Dobbiamo impedire ai minori di accedere agli stadi o dovremmo impedire a questi messaggi nocivi di invadere il campo dello sport?
La risposta per noi è chiara: il Calcio è nostro, non di chi lo vuole utilizzare per fini nel migliore dei casi non nobili. E’ necessario tenere alta l’attenzione e attivare tutte le azioni di dissuasione a nostra disposizione: sanzioni ai Club, sanzioni ai calciatori, percorsi di sensibilizzazione che coinvolgano tifosi e società.

La responsabilità di essere un personaggio pubblico di tale rilievo non si conclude nel rettangolo verde, ma si estende a tutto ciò che si svolge sotto lo sguardo del mondo.

Repubblica d’Europa e Elezioni Europee: cosa succede ora?

Repubblica d’Europa e Elezioni Europee: cosa succede ora?

A che punto siamo nella costruzione della Repubblica d’Europa, obiettivo primario della nostra politica internazionale?
Intanto è necessario spiegare cosa intendo per Repubblica d’Europa: come minuziosamente descritto nel volume omonimo dal collettivo ISAGOR (Istruitevi, Agitatevi, Organizzatevi) la Repubblica d’Europa è il definitivo superamento del concetto di memoria Ottocentesca degli Stati Nazione. Grandi e potenti Stati sovrani, limitati entro i confini nazionali, autarchici, in perenne lotta gli uni contro gli altri.
Superare gli Stati Nazione non è una scelta, è una necessità.

Il panorama mondiale è così radicalmente mutato da richiedere cambiamenti anche istituzionali drastici: ad oggi ben conosciamo aziende multinazionali con un potere economico e di lobbying addirittura superiore a interi Stati. Pensare di poter affrontare Apple, Microsoft, McDonalds o Tesla con le competenze di uno Stato è semplicemente inutile.
Le ultime elezioni del Parlamento Europeo ci hanno presentato qualche dato interessante su cui riflettere: i sovranisti di ogni nazione sono stati relegati all’irrilevanza, SD (Socialists and Democrats) ha espresso il nome del Presidente del Parlamento scegliendo l’eurodeputato PD David Sassoli, la guida della Commissione è andata a Ursula von der Leyen, i Verdi nei vari paesi Europei sono cresciuti esponenzialmente.

Qualche breve riflessione riguardo a questi storici passaggi:
-Gli Stati Europei hanno dimostrato di avere gli anticorpi per difendersi dal più becero populismo: il nazionalismo. Soluzioni che già nel corso dello scorso secolo hanno prodotto drammi di dimensioni globali, sono state rigettate dal popolo europeo. In Italia abbiamo avuto una diversa risposta e questo non può che farci riflettere sull’esigenza di frenare l’Onda Nera con dighe di Umanità e buon senso.
-Che i Socialisti e Democratici abbiano scelto David Sassoli come Presidente del Parlamento Europeo ci dà grande fiducia e responsabilità: il PD ne capisca l’importanza e utilizzi al meglio la sua posizione per trasmettere a noi cittadini italiani l’importanza dell’intervento dell’Unione nelle nostre vite di ogni giorno.
-La guida della Commissione da parte di Ursula von der Leyen ci deve tenere vigili ma ottimisti: la scelta di Paolo Gentiloni in una posizione di rilievo (responsabile Affari Economici) è un gesto di apertura che non possiamo non apprezzare. Restiamo alla finestra pronti a farci sentire se però la strada che si vorrà proporre sarà quella dell’austerithy che tanto ha dimostrato la sua inefficacia. Serve coraggio, responsabilità e visione globale.
-Le formazioni dei Verdi che esplodono in diversi Stati Europei sottolinea una sensibilità e un’occasione: l’attenzione green è sempre più diffusa, fortunatamente. Il Partito Democratico e tutti noi prendiamoci la responsabilità di accettare come sfida preliminare a tutte le altre questa: salvare il pianeta, qualsiasi sacrificio dovremmo compiere. Perché come dice uno spot di recente uscita “ogni battaglia di equità sarà inutile se perderemo la battaglia per il clima. Poiché saremmo tutti, egualmente, estinti”.

La Repubblica d’Europa ha la forza di ottenere tutto quello per cui lottiamo e in cambio chiede una semplice cosa: che ognuno di noi, classe dirigente o meno, si senta Europeo oltre che Italiano.

Il genocidio in Kurdistan in un volto, quello di Hevrin Khalaf

Il genocidio in Kurdistan in un volto, quello di Hevrin Khalaf

In questo momento storico è sempre più frequente una pratica antipatica e profondamente scorretta: cercare di ammorbidire la realtà con una terminologia impropria ma rasserenante.
Noi non ci stiamo e vogliamo chiamare col proprio nome quello che sta succedendo oggi in Siria: non è un intervento militare, non è un atto di contrasto al terrorismo, non è un’azione di pace. È un genocidio.

Non sta a noi riprendere riflessioni geopolitiche che esperti hanno già analizzato a fondo, per questi aspetti vi rimandiamo ad articoli professionali che potete trovare su “il secolo XIX, edizione del 13 ottobre”, sul “the Guardian” in un articolo a firma Martin Chulov o sul “Globalist” edizione del 12 Ottobre.
Noi vogliamo dare un volto a questa tragedia, quello di Hevrin Khalaf.
Lei era segretario generale del Partito Futuro Siriano e una delle più note attiviste per i diritti delle donne della regione. Si batteva altresì per la coesistenza pacifica tra curdi, cristiano-siriaci e arabi.
Era la speranza di raggiungere un equilibrio in un area del mondo che non conosce pace.
Hevrin è stata rapita e decapitata nel corso di un raid oggi,13 Ottobre.

Che la crudezza di queste parole sia da monito e da stimolo: la sua vita pesa sulle coscienze della comunità internazionale, che ha permesso a Trump di consegnare a Erdogan la pistola da puntare alla testa dei Curdi. Che il Partito Democratico, l’Italia e l’Europa siano netti, basta con gli equilibrismi e le parole dette a metà. Che Erdogan fermi ora il genocidio, in caso contrario che si attuino sanzioni internazionali, boicottaggi di ogni genere (in particolare nella vendita di armi).

Grazie per quello che ci hai dato, Hevrin. Il tuo messaggio camminerà sulle nostre gambe.

Primo maggio 2019: lavoro, diritti, stato sociale! La nostra Europa!

Primo maggio 2019: lavoro, diritti, stato sociale! La nostra Europa!

Queste le parole d’ordine che Cgil, Cisl e Uil hanno scelto quest’anno per celebrare la festa dei lavoratori. Sarà Bologna ad ospitare la manifestazione nazionale dei sindacati alla quale prenderanno parte i segretari generali delle tre confederazioni, Maurizio Landini, Annamaria Furlan e Carmelo Barbagallo.

Pensiamo – ha proseguito – che in questo titolo ci sia un po’ tutto: la scelta irrinunciabile dell’Europa come cardine del futuro e la richiesta che l’Europa che conosciamo cambi e non sia semplicemente l’Europa delle banche, della finanza e dei conti, ma sia fatta di lavoro, diritti e stato sociale. Una Europa che offra prospettiva vivibile ai giovani”.
Per noi – ha aggiunto- è importante tradurre questo nel Concertone, perchè la musica unisce e abbatte le barriere. Ci prepariamo anche all’anno prossimo, quando festeggeremo il trentennale di questo appuntamento convinti che la musica non solo unisca, ma faccia cultura che serve a rilanciare un’idea di
Europa rinnovata e cambiata
”.

La Festa dei lavoratori, festa della nostra Repubblica è una delle tappe fondamentali della crescita culturale e politica del nostro paese e della nostra Europa.

L’Europa che proprio sul tema della tutela dei diritti deve fare uno scatto in più: superare gli stati nazione e costruire una vera e propria Repubblica d’Europa, perché solo così il lavoratore di Messina sarà uguale a quello di Berlino e di Madrid!

Siamo convinti che la globalizzazione sia un’opportunità da gestire perché abbiamo bisogno di globalizzare anche i diritti!

Un grande punto di partenza sarà la proposta di legge del Partito Democratico sul salario minimo garantito, quando il PD fa il PD e crea giustizia sociale e uguaglianza sostanziale!

W la Festa dei Lavoratori, W il Primo maggio!